Rosarno

Arriviamo in paese poco prima delle 21, è una piacevole sera di Giugno, nel cielo si vede ancora qualche sfumatura di azzurro e rosso; non è troppo tardi e ci aspettiamo di trovare gente in strada, negozi che chiudono, bar e locali ancora frequentati o che iniziano a riempirsi.

Entrati nel parcheggio dell’Hotel Vittoria, enorme struttura costruita negli anni 80 e unico albergo del paese, notiamo che è per una buona metà occupato dai blindati dell’esercito, presente a Rosarno sin dal 2008 per l’operazione “Strade Sicure”.

Decidiamo di fare subito un giro: poca gente a piedi, qualche macchina e alcune biciclette si attardano per le strade..
Abbiamo subito conferma del clima di generale tensione quando incontriamo un imponente posto di blocco sulla strada che da Rosarno porta alla tendopoli di San Ferdinando, dove, soltanto due giorni fa, l’8 Giugno, è stato ucciso da un carabiniere Sekiné Traoré, 27 anni. del Mali, richiedente asilo.
Il clima surreale, la città è spenta, sembra essere un vigore un tacito coprifuoco, le strade sono buie, centinaia di telecamere svettano ad ogni angolo, su ogni palo, persino tra le più remote strade di campagna, queste ultime, invece, disseminate di pali della luce.

Meglio: sarebbe surreale se  non fossimo a Rosarno, comune sciolto 2 volte per infiltrazioni mafiose, 3 volte commissariato, il primo Comune d’Italia a costituirsi parte civile in un processo antimafia, grazie all’impegno dell’allora sindaco Giuseppe Lavorato e uno dei primi a utilizzare per la collettività i beni confiscati alla ‘Ndrangheta.

Ecco, sarebbe surreale se non conoscessimo la storia di questi luoghi, che paiono da sempre essere contesi, terreno di scontro tra forze opposte e sotterranee, almeno sino a quando non si manifestano con violenza, come spesso qui accade.

Come succede in quelle zone di tensione, in cui un confine conteso genera di tanto in tanto scontri tra due eserciti, salvo poi ripiombare in una quiete apparente, e non meno inquietante.

Come succede in una zona di di confine.

 

Il nome antico di una città MagnoGreca-  Μέδμα – (Medma, in greco città di frontiera), pare aver segnato il destino di Rosarno e dei suoi 15mila abitanti.

Sui cartelli che ci accolgono, campeggia questa scritta, intrisa di nostalgia per i fasti di un passato remoto.

Anche il simbolo religioso del paese, la Madonna nera di Patmos, ritrovata nel 1400 su una spiaggia nei pressi del porto, racconta storie di confine e di meticciato.

Una Madonna nera, arrivata dal mare, veneratissima (assistiamo ad una scena significativa, quando un gruppo di donne attende trepidante la fine di un matrimonio per riversarsi in chiesa a pregare ai piedi di questa Madonna nera) , evidentemente non innesca meccanismi di riflessione, nelle menti stanche e assuefatte di chi – molti in paese – ritengono la presenza degli “stranieri” una minaccia alla loro identità.

Anche perchè , in realtà , rosarnesi DOC non ce ne sono. Una delle prime tratte ferroviarie passava da Rosarno e sin da fine ‘800 la città è stata meta per migranti provenienti dalla Calabria e da altre regioni spinti qui   dalle opportunità di lavoro in campagna.

Un mercato florido, quello rosarnese, che valse al paese il soprannome di “Americhicchia”;  per migliaia di braccianti questa terra era davvero una  piccola America.

Negli anni novanta del secolo scorso, con l’apertura al mercato globale e la mancanza di adeguati sistemi di protezione delle economie locali, il destino di molte aziende di produzione ed esportazione delle arance è cambiato radicalmente.

Fino al 1985 la frutta si raccoglieva in famiglia, la manodopera era formata da familiari, conoscenti o, al massimo, da qualche operaio. Le prime comunità di braccianti stagionali, in prevalenza maghrebini, seguiti dai migranti provenienti dall’Europa dell’Est si sono viste arrivare in puntuale concomitanza con scandali e truffe ai danni della UE da parte di imprenditori locali prima, e con gli anticipi della crisi economica poi, agli albori del 2000.

In questo scenario l’emigrazione della forza lavoro locale (circa 2000 rosarnesi emigrati negli ultimi 5 anni) lascia progressivamente il posto agli stranieri sia nel lavoro nei campi che nel ripopolamento di alcuni quartieri: il rione Ospizio è abitato in prevalenza da cittadini stranieri sia comunitari, soprattutto bulgari e rumeni, che extra-comunitari, maghrebini e sub-sahariani.
Il tasso di disoccupazione di Rosarno sfiora il 31%, la media della provincia di Reggio Calabria è del 20,5%, secondo i dati ISTAT.

 

Come emerge dal Dossier Statistico Immigrazione 2014, a cura del Centro Studi e Ricerche IDOS i distretti produttivi di eccellenza del Made in Italy, dalla raccolta delle mele della Val di Non a Nord al pomodoro del Meridione, possono sopravvivere solo grazie al lavoro degli immigrati.  Quello della campagna è un lavoro che gli italiani non fanno più, perché la paga standard (PAGA MINIMA SINDACALE 50 EURO CIRCA – DATI CONFAGRICOLTURA: http://www.confagricolturatn.it/doc/tabret.htm) è troppo bassa o semplicemente perché quello dei campi è un impegno faticoso e usurante, spesso senza tutele. D’altro canto, se i salari sono molto bassi, per le arance quest’anno si stima un prezzo alla produzione di 6-9 centesimi al kg e certi proprietari preferiscono lasciare i frutti sugli alberi. In più, secondo i dati Eurispes, il lavoro nero occupa il 32% del totale dei dipendenti del settore agricolo e più di 100mila braccianti stranieri ogni anno.
Il lavoro stagionale da tempo è conosciuto come una diffusa forma di lavoro temporaneo e, nella funzionalità delle migrazioni circolari, potrebbe portare benefici al Paese di origine, al Paese di occupazione e al migrante lavoratore purché sussistano adeguati programmi di tutela dei diritti e che tali programmi vengano effettivamente realizzati e verificati.

E’ evidente che, per quanto sia emblematico di un territorio stretto tra cronici problemi legati alla criminalità organizzata e la relativamente nuova, ma già cronicizzata “emergenza” migranti, il caso di Rosarno riguardi invece il paese intero; è l’effetto di un sistema produttivo che in tutta l’Europa del Sud adopera il medesimo modello per cui è’ indispensabile manovalanza ricattabile, data la necessità di forza lavoro molto flessibile, (specie nelle raccolte di  breve periodo di tempo, pomodoro, arance, vendemmia) e a bassissimo costo. La comparsa di insediamenti abitativi al di sotto degli standard, la manodopera organizzata in squadre ed il conseguente ricorso al caporalato ed alla sua violenza (mancati pagamenti e minacce, aggressioni fisiche, razzismo, riduzione in schiavitù, sfruttamento sessuale) sono la naturale conseguenza che nella sua forma acuta abbiamo imparato a chiamare “emergenza”.

Una emergenza che va avanti da 10 anni ormai, scandita dalle aggressioni subite dai migranti, dalle rivolte del 2008 e del 2010, dalla sindrome di accerchiamento cavalcata dalla politica, dagli incidenti sul lavoro nei campi di raccolta o nelle tendopoli e nei capannoni dove in centinaia vivono stipati.

Come accadde nel luglio del 2009 con l’incendio scoppiato nell’ “ex-cartiera” o come l’uccisione dell’8 giugno 2016 di Sekiné Traoré, richiedente asilo maliano di 27 anni, da parte dei un carabiniere arrivato insieme ad altri 6 agenti per sedare una rissa nella tendopoli di San Ferdinando, sulle cui tende sbiadite campeggia ancora il logo del Ministero degli Interni, memoria della fugace attenzione dello Stato alla vicenda dei lavoratori africani.

Nella primavera del 2016, data la scarsa produzione e prezzi di mercato molto bassi, le possibilità di impiego sono calate drasticamente e nelle tendopoli tra San Ferdinando e Rosarno si contano quasi 800 presenze, quasi tutti sono senza lavoro. Nella tendopoli si costituisce una vera e propria comunità auto-organizzata. All’assenza di servizi minimi ci si oppone con l’ingegno; nella tendopoli infatti sono presenti tende adibite ad attività commerciali: il biciclettaio, il venditore di acqua calda, dei bar/market, una moschea, una chiesa, una sala cinema, perfino un’improvvisata officina per auto.

Questa situazione non fa altro che contribuire alla definizione del disagio, alla normalizzazione del degrado, ed apre la porta a quella disperazione che fa della quotidiana mortificazione della dignità personale il naturale ed obbligatorio passaggio a cui sottostare pur di lavorare, sopravvivere, esistere.

 

Le condizioni igieniche della tendopoli di San Ferdinando, che da sola conta un totale di 72 tende ed ospita fino a 1500 lavoratori  nella stagione invernale delle arance, sono del tutto incompatibili col rispetto dei diritti fondamentali della persona che un paese moderno e civile dovrebbe garantire. Il paradosso che ne scaturisce è che i migranti arrivano sani e si ammalano nelle tendopoli nelle quali sono costretti a vivere.

E’ con il contributo del Poliambulatorio Emergency di Polistena (il terzo del progetto Italia, occupa uno degli stabili sequestrati alla ‘Ndrangheta in collaborazione con Libera) che è possibile monitorare e curare le patologie che la condizione di sovraffollamento e l’assenza dei servizi minimi causano.

La testimonianza di uno dei mediatori culturali in forza all’ambulatorio evidenzia quanto le patologie incontrate siano strettamente legate alle condizioni di sfruttamento e degrado e quanto siano esse specifiche dei differenti campi di occupazione o della zona di provenienza: su un totale di 13500 accessi annui il 40% è costituito da pazienti comunitari con malattie pregresse come l’ipertensione, data anche un’età media più elevata, il restante 60% è costituito in prevalenza da extra-comunitari sub-sahariani, di età tra 20 e 30 anni, che arrivano in Italia per lo più in buone condizioni fisiche. Le problematiche riscontrate dai medici di Emergency su questi pazienti sono disturbi psicologici legati allo stress post-traumatico da viaggio, problemi all’apparato respiratorio e gastro-intestinale, malattie della pelle, per via delle condizioni di vita nelle tendopoli o problemi all’apparato scheletrico dovute alle fatiche del lavoro nei campi.

L’atmosfera nella tendopoli, due giorni dopo l’omicidio di Sekiné Traoré, è surreale ed alterna momenti di vita ordinaria, dalle abluzioni fuori la moschea propedeutiche alla preghiera alle attività di manutenzione delle baracche e musica ad alto volume, a episodi di evidente tensione; questi ultimi sono anche il (palese) prevedibile effetto dello stress e dello sgomento di chi ha visto, ancora una volta, morire un compagno sotto i propri occhi, ancora una volta di una morte insensata.

 

In generale, data la scarsità di lavoro, un clima sospeso tra attesa e inedia domina il campo; alcuni si occupano nella preghiera, siamo in pieno ramadan, altri si rifugiano nell’alcool e nelle sigarette sperando che almeno plachino fame e stanchezza.

 

La maggior parte di loro è insofferente alla presenza di chiunque sia estraneo al campo e sanno ormai, dalla rivolta del 2008 che denunciava lo sfruttamento da parte dei caporali, che tutta l’esposizione mediatica subita non ha migliorato, e forse ha anche peggiorato, la qualità delle condizioni di vita.

 

La rivolta del 2010 che ha causato feriti in 53 tra migranti e rosarnesi, scoppiata per l’aggressione a sfondo razzista subita da tre migranti dopo una serie di campagne mediatiche xenofobe,  portò all’arresto di 31 persone, italiani e stranieri, con l’accusa di sfruttamento del lavoro in nero, truffa ad enti pubblici ed associazione per delinquere legata all’immigrazione clandestina.

 

Solo in casi clamorosi l’opinione pubblica si occupa dei migranti di Rosarno e non sempre il giudizio finale porta alla comprensione o alla solidarietà, anzi, i media spesso finiscono per acuire il sentimento di diffidenza e la sindrome da accerchiamento.

 

Le storie personali che ascoltiamo sono comuni a tutti quelli che hanno attraversato l’Africa, il deserto ed il mare Mediterraneo, inseguendo il sogno di una vita migliore o almeno la possibilità di provare ad averla, per raggiungere l’Europa; si ascoltano poi racconti di evidente sfruttamento in cui spesso il caporale non è neanche sentito come un criminale ma come qualcuno che procura il lavoro o un posto dove dormire o da mangiare. C’è chi ha una famiglia da sostenere ed invia ogni centesimo risparmiato e c’è chi una famiglia l’ha vista morire e spera solo di poter vivere dignitosamente, tutti soccombono alla brutalità che sta dietro il sistema produttivo agroalimentare.

Molti dei lavoratori stranieri di San Ferdinando e Rosarno sono in Italia da anni, hanno  documenti in regola e a volte un contratto di lavoro, almeno apparentemente, regolare.

 

Un contrasto deciso e coordinato allo sfruttamento di queste persone, sfruttamento che va dal salario bassissimo (e in nero) alla imposizione di assurde “tariffe” per un posto in baracca, per una tanica d’acqua, per il trasporto sul luogo di lavoro (parliamo di cifre molto alte, circa 50mila euro al mese nelle tasche delle organizzazioni che “gestiscono” nell’ombra la tendopoli solo per il “diritto” di dormirci) , sarebbe sicuramente volano di crescita sociale e culturale di tutta la zona , che ormai da anni va spopolandosi. E sarebbe senz’altro una fortissima arma di contrasto alle mafie, che sul business della “accoglienza” (nei termini che abbiamo visto) lucrano a dismisura,  costituendo pertanto il potenziale mezzo di rilancio economico dell’area, sottraendo entrate alla criminalità, al sommerso, per dirottarle nel circuito economico emerso.

 

Vivere in una capanna senza alcun servizio igenico è solo uno degli aspetti del sacrificio dei diritti, della dignità dell’uomo e del lavoro in favore del profitto, è applicazione in un settore già vulnerabile delle politiche di sfruttamento e controllo sociale.

 

In un quadro così preoccupante segnato a tutti i livelli dall’incapacità istituzionale – più o meno voluta- di dare risposte credibili ed efficaci sia in termini umanitari che attraverso politiche agroindustriali, è difficile immaginare soluzioni immediate che non siano demandate alle attività di volontariato, alla mera azione civile, o che al contrario affrontino il problema solo sotto l’aspetto della sicurezza assecondando di fatto scelte delle quali, visti oggi i risultati, dovremmo solo vergognarci.

 

In un quadro generale desolante, non mancano esempi positivi e occasioni di riscatto che provengono da cittadini e da migranti.

 

C’è poi chi, come SOS Rosarno e Africalabria, propone modelli produttivi e di lavoro cooperativi contribuendo ad emancipare tanto i lavoratori quanto i piccoli produttori dal sistema imposto dal mercato globale e dalle vessazioni della criminalità organizzata.

Mirabile è il lavoro svolto dal personale di Medu (Medici per i diritti umani), impegnato nell’assistenza sanitaria alle fasce di popolazione più vulnerabile, in particolare persone senza fissa dimora, profughi e migranti, che ha denunciato aggressioni che negli ultimi mesi i migranti subiscono ormai regolarmente, sempre di notte e sempre senza colpevoli, ed ha confermato quanto le terribili condizioni di vita e lavoro dei braccianti, siano la principale causa delle patologie più comunemente riscontrate.
Ci sono le attività di sindacato di strada della Flai-Cgil che da anni lotta contro il caporalato e si impegna a sensibilizzare ed informare i migranti lavoratori sui propri diritti e sulle leggi che dovrebbero tutelarli nonostante le intimidazioni subite negli anni passati.
(Molto conosciuta in tutta la zona) Personaggio simbolo di un modello altro – e virtuoso – di mutuo soccorso e integrazione, Norina Ventre, l’89enne ex maestra d’asilo, conosciuta come Mamma Africa per la sua opera in favore degli immigrati africani, da giovanissima si dedicò agli sfollati della guerra, poi ai baraccati di Rosarno ed alle raccoglitrici di olive della piana di Gioia. Ora il suo impegno è per i migranti neri: li rifornisce di coperte e vestiti, di scarpe, li ascolta e li sfama. Nel casolare di famiglia, lungo la strada che conduce a Vibo Valentia, ha allestito una mensa che distribuisce gratuitamente 250 pasti caldi la domenica e nelle gelide mattine invernali offre latte caldo e caffè. Ma in questo non è sola, ci sono le altre mamme e vedove di Rosarno che contribuiscono anche economicamente agli sforzi di Mamma Africa.

Infine, il problema dello sfruttamento dei lavoratori migranti in agricoltura e il nodo specifico dei braccianti stagionali, rappresentano certamente questioni assai complesse che vanno ben al di là del territorio rosarnese. Risulta ormai ovvio che solo attraverso una programmazione strutturata contro il sistema dello sfruttamento, una strategia di tutela e sviluppo dell’industria agroalimentare, con la pianificazione di strutture abitative che consentano di uscire dall’emergenza delle tendopoli e, soprattutto, con la diffusione della cultura della legalità che sarà possibile garantire un futuro dignitoso sia ai lavoratori stagionali, migranti e non, sia alle aziende messe in difficoltà dalla crisi, dalle debolezze del mercato internazionale e dalla criminalità organizzata.

 

Ma per fare tutto ciò occorre la volontà politica, troppo spesso negli ultimi anni orientata più alla becera e populistica speculazione elettorale che alla soluzioni delle problematiche dei territori, problematiche evidentemente strumentalizzate e lasciate incancrenire  – quando non direttamente create a tavolino e fomentate – proprio agli squallidi fini di ritorno elettorale, nell’eterno circolo vizioso , tipico del sistema politico-mafioso,  di “problema – reazione – soluzione”, sostanzialmente una trita tecnica di controllo sociale per cui si crea il problema per poi presentarsi come la soluzione di quello stesso problema.

In questa ottica non appare casuale che, nelle realtà come Rosarno – ed in altri contesti simili – siano le destre neofasciste a spopolare, quelle stesse destre che propongono di risolvere i problemi legati alla mancata integrazione   con politiche sempre più escludenti.

 

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