Kozani

Kozani è un paese di poco più di 38000 abitanti, che si incontra sulla strada tra atene e salonicco, non appena superate le impervie montagne dell’Epiro.

Come molte altre città della Grecia e del Mediterraneo, Kozani ha memoria di antiche storie di migrazioni, l’ultima delle quali, agli inizi del XX secolo, nel 1923, vide 1400 famiglie provenienti dall’Asia Minore essere ricollocate proprio a kozani, durante lo scambio di popolazione tra Grecia e Turchia.

E’ di questa storia che ci parla Iannis, volontario attivo al centro di accoglienza allestito – in poche ore il 22 Febbraio scorso – in una grande palestra alle porte di Kozani, nel piccolo villaggio di leukovrisi, centro di poco più 1000 anime.

Iannis è figlio di quella migrazione, non nasconde una grande empatia con i rifugiati che oggi assiste parlando dei suoi bisnonni arrivati qui a piedi nudi dal Ponto Eusino e si sforza di non essere troppo duro con le parole che dedica a chi oggi sembra non avvertire l’urgenza di questa situazione.

A Kozani il 24 Marzo, giorno del nostro arrivo, erano presenti 420 persone. I primi pullman , arrivati il 22 Febbraio, erano solo di passaggio da Kozani, diretti ad Idomeni, quando il blocco delle autostrade di quei giorni , ad opera degli agricoltori, costrinse gli autisti ad una sosta, proprio a kozani.

E’ così che – ci raccontano – una piccola municipalità si è trovata, all’improvviso, a dover gestire  – completamente da sola – ci tengono a precisare – una emergenza a cui non era preparata, messa suo malgrado di fronte alla scelta , per altro non di sua competenza, se lasciare quelle persone per strada , scaricati dai bus per via del permanere del blocco stradale, o dar loro una qualche forma di assistenza.

La scelta di Kozani e di tutti i suoi abitanti ci appare evidente visitando il centro: una grande palestra (costruita e mai usata dal 2003 ad eccezione del giorno della sua inaugurazione)  riconvertita – nel giro di 3 ore grazie alla mobilitazione comune – in un centro di accoglienza perfettamente funzionante, nonostante la scarsità dei mezzi e la mancanza di competenze specifiche.

Una stanza piuttosto grande adibita a magazzino per indumenti e scarpe, un’altra a magazzino – ben fornito – per i generi di prima necessità, e poi saponi, pannolini, bagnoschiuma, detersivi, e tutto ciò che può servire per l’igiene, una zona dedicata alla preparazione dei pasti per i neonati (con 3 tipi di latte differenti) un ambulatorio medico in cui svetta una cumulo, ordinato, di medicinali, il tutto donato dai cittadini di Kozani.

Gli stessi cittadini – sono in 5 ad essersi proposti per svolgere questo compito – che 2 volte al giorno, sempre su base volontaria e senza alcun compenso, si attivano per preparare e consegnare i pasti, sulla base di un menu settimanale molto vario  – ci tengono a specificare e a mostrarci (c’e’ una lista dei pasti che verranno serviti per tutta la settimana consultabile da tutti i presenti) – per venire incontro alle esigenze nutrizionali.

All’inizio c’erano più persone,  ci racconta Manolis Koutsosimos, vicesindaco di Kozani, inclusi 200 Afghani che tra il 23 e il 24 Febbraio – giorno in cui assistevamo alle deportazioni degli Afghani dal campo di Idonei – sono stati raccolti e trasferiti di autorità verso destinazione ignota, almeno a Manolis, che vediamo rimboccarsi le maniche ed aiutare gli altri volontari nel centro.

Ora sono presenti solo siriani ed iracheni – per la maggior parte Yazidi, che si sono autonomamente sistemati in un’altra ala dell’edificio.

Altri rifugiati invece , verso la fine di febbraio, hanno lasciato il centro, incamminandosi a piedi (siamo a circa 200 km dal confine) verso idomeni.

La nostra visita al centro non era stata in alcun modo preannunciata – non avevamo la certezza di riuscire neanche ad entrare nel centro, ovviamente presidiato dalla polizia, e tuttavia Manolis appare contento del nostro interesse, pertanto non risparmia le informazioni, anche dettagliate, sull’operato della sua municipalità e sull’assenza di ogni coordinamento e aiuto da parte del governo centrale.

Sono le 17:00 circa, quando , insieme ai chi gestisce il centro, apprendiamo che gli Yazidi saranno immediatamente trasferiti nel centro di Ioannina. La notizia circola contestualmente all’arrivo di polizia a bus, il clima non è per niente teso, anzi, per chi inizia a raccogliere – e lo fa molto velocemente – le cose, muoversi ha comunque un significato, al di là di cosa li aspetti a Ioannina rimanere fermi in un centro, per quanto ben gestito, non è mai stata la motivazione dell’essersi messi in cammino, pertanto andar via da Kozani può significare avvicinarsi al confine e dopo di esso alla meta prefissata.

“Non sappiamo cosa ne sarà del centro di Kozani” – ci dice Ioannis. “Quello che sappiamo è che facciamo di tutto per essere d’aiuto a questa gente, ma non abbiamo le competenze, né la preparazione necessaria per gestire da soli questa emergenza” né si può pensare che una palestra nel cuore della Grecia potrà essere ancora a lungo – e men che meno a tempo indeterminato – la sistemazione per le persone che attualmente vi sono sistemate, né la fine di un viaggio come quello che i rifugiati che incontriamo hanno iniziato – loro malgrado –  già da troppi mesi , tra troppe incertezze.

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